Che te lo dico a fare

Blogger: daniquindici
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto.(J.D. Salinger - Il giovane Holden)

un post-it sul frigo

un grazie di cuore a Lui
per aver partecipato alla ristrutturazione
dell'appartamento e
per non avere chiesto
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(anche se poteva)

recemente ho rubato in feltrinelli

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martedì, 18 marzo 2008

viva la pappa col pomodoro

essendo io figlio unico, sono sempre stato abbastanza viziato per quanto riguarda il cibo.
fino alla tenera età di 18 anni non ho mai cucinato neanche un uovo al tegamino per conto mio, anche perchè le sante mani di mia mamma lo potevano fare molto meglio e molto più velocemente di me.
poi, una volta trasferito a bologna, ho dovuto scegliere tra morire di fame o provare a cucinare.
il fatto che io sia sopravissuto fino ad oggi mi fa pensare che le mie doti culinarie si siano raffinate e, modestia a parte, devo dire di aver raggiunto livelli almeno sufficienti.
vivere poi in un paese dove il piatto tipico è una fetta di pane di segale con un uovo sodo, un pò di maionese e qualche gamberetto ha fatto si che io, agli occhi dei biondi eugenetici risulti il più grande chef del pianeta.
gli stereotipi sugli italiani poi sono difficili da combattere.
così qui mi ritrovo a cucinare tutti i giorni piatti neanche tanto complicati ma che suscitano l'ammirazione dei biondi commensali.
il solo fatto, ad esempio, di strofinare l'aglio sulle bruschette o di mettere le melanzane sotto sale per una buona mezzora prima di cucinarle fa di me un vero esperto.
il tocco di parmigiano nel risotto agli asparagi* poi mi innalza di diritto nell'olimpo dei cuochi.
ma certe volte il mio essere si fa strada violentemente e in quei momenti una sola cosa mi può salvare dall'accidia che pervade tutto il mio corpo.
il kebab.
il mio kebabbaro è un ciccione che riesce a sudare anche dalle mani.
e probabilmente è per questo che il suo kebab è così buono.
non ho ancora capito bene da che paese provenga, ma lui si professa orgogliosamente persiano e questa è una cosa che mi piace da matti.
il mio kebabbaro persiano è indiscutibilmente il migliore della città, ma non tutti qua lo hanno capito.
anzi, a dire la verità, che lui sia il migliore lo abbiamo capito davvero in pochi.
ma va bene così, che il suo locale non è mai stracolmo di gente ed un durum te lo prepara nel tempo record di 9,70 secondi, ben 4 decimi in meno del record dei 100 metri piani.
e, cosa non da poco per questa città, non devi vendere un rene per pagarlo.
certe volte fuori dal locale espone offerte speciali pazzesche, ma una volta che sei lì che ordini trova sempre il modo di farti pagare di più.
può essere che l'offerta speciale, guarda caso, è scaduta proprio cinque minuti fa.
o può essere che il cartello è fuori perchè se l'è dimenticato.
oppure il tutto è valido solo a pranzo (o a cena, dipende da che ora ci vai).
se poi entra un turista lui riesce con la parlantina a fregargli più soldi del dovuto come se fosse la cosa più naturale del mondo.
perchè il mio kebbabaro persiano sa dire una frase in tutte le lingue del mondo.
una sola frase, solitamente la più cretina possibile, che fa si che l'incauto turista si senta a casa e si fidi ciecamente di quel ciccione dall'altra parte del bancone.
che intanto te la sta mettendo elegantemente nel culo.
così al francese dice che lui ama il fois gras, al tedesco che la birra teutonica è la più buona e agli spagnoli li fa ridere facendo un paragone sguaiato tra la corrida e la masturbazione.
per gli italiani poi, un posto di riguardo.
appena si accorge che qualcuno viene dalla penisola, lui si impettisce tutto e come un bambino sotto natale, declama la sua poesia.
"ah italia bello lo sole vaffanculo berluconi tu mafioso?"
ora, io non so chi sia stato il poeta che ha instillato tanta cultura nel mio povero kebabbaro persiano, ma voglio credere che queste parole siano quelle che lui ha carpito con le sue orecchie pelose in anni di duro lavoro da turisti e studenti passati di qui. come le incisioni sui suoi tavoli di legno in tutte le lingue del mondo.
che a toccarle puoi immaginare tutte le facce che sono passate di qui a rifocillarsi a tutte le ore del giorno.
perchè lui non chiude mai. è sempre aperto. sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro.
il suo spiedo è l'unica cosa, insieme alla terra, che è in perenne rotazione intorno al suo asse.
che a fare un calcolo di quanta carne ha tagliato probabilmente uscirebbe un numero impronunciabile.
fa anche le pizze naturalmente, con il menù scritto in un italiano che non esiste.
anche alcune pizze credo che non esistano ma lui si ostina a dire che la sua è la migliore pizza di tutta la persia.
io ogni volta gli do ragione e solo per questo mi becco una coca gratis.
che lui per queste cose si infervora parecchio.
anche perchè gli tira un pò il culo avere altri kebabbari/pizzaioli lì vicino.
tutt'intorno, ad essere precisi.
diciamo che è circondato.
così la concorrenza si fa spietata e sleale, anche se ogni volta che entra qualcuno degli altri a chiedergli, chessò, un pò di zazziki o un pò di tè arabo lui è tutto un salam e salamalecco, ma appena escono credo che bestemmi in persiano antico.
a quel punto lo perdi, e ti puoi scordare le cose gratis.
perchè, quando è felice, può anche succederti di mangiare gratis.
di solito capita quando entra un gruppone di donne, solitamente a notte tarda quando i locali chiudono. questo grupponi di bionde non accompagnate (molto frequenti in questa città senza che loro si sentano minacciate da chicchessia) lo rendono elettrico a tal punto che incomincia a parlare e a ridere così forte che tu non puoi fare a meno di partecipare alla discussione.
tutto il locale così diventa un unico gruppo di persone intente a ridere alle sue battute sporche, ma senza che nessuno si senta offeso.
primo perchè quassù hanno una soglia di vergogna veramente bassa che parlano di sesso come fosse del tempo beati a loro; secondo perchè in realtà lui è un galantuomo e se deve dire qualcosa di veramente spinto lo accenna soltanto, lo fa capire.
ma quando ti fa l'occhiolino per renderti partecipe o ti fissa perchè vuole che tu dica qualcosa è un casino perchè il mio kebabbaro è anche strabico.
così certe volte è lì che guarda e chiede qualcosa, e tre tavoli gli rispondono contemporaneamente.
io fortunatamente lo capisco quando si rivolge a me perchè lo fa in inglese e certe volte mi chiama anche per nome. ci ha messo un pò a ricordarlo ma ancora non ha ben chiaro da dove vengo.
anzi di solito me lo chiede con la frequenza di due tre volte a pasto. io provo a dirgli sud italia, il tacco, di fronte all grecia, ma alla fine come al solito mi chiede sicilia? e allora io mi arrendo e dico si sicilia così lui scoppia in una risata fragorosa e si mette ad urlare mafia mafia berlusconi per tutto il locale.

ma poi mi regala una coca e allora va bene.




* © of Ale G. (non sarà mai come il tuo)
postato da: daniquindici alle ore 20:03 | link | commenti (3)
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lunedì, 17 marzo 2008

via dei matti, n.0

sto provando a fare alcuni cambiamenti.
ma avendo io una misera laurea in lettere, di queste cose non ci capisco assolutamente niente.
anche da piccolo con il meccano ero una pippa.

mi dite come si vede il tutto con i vostri browser(ho cercato su wikipedia) e sui vostri pc sparsi per il mondo?

se poi avete dei consigli pratici(molto pratici tipo incolla qui, copia lì) siete i benvenuti.


scusate la rottura ma apprezzate almeno l'impegno ingrati che non siete altro.

d.

ps1:si si lo so che l'immagine si vede male ma a quello ci sta già pensando quel santo di zorflick.
ps2:questo post si autodistruggerà a ristrutturazione avvenuta quindi potete scrivere quello che volete.
postato da: daniquindici alle ore 19:43 | link | commenti (7)
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giovedì, 13 marzo 2008

si viaggiare (prima parte)

quando l'amico filosofo è entrato in camera mia per dirmi che il giorno dopo saremmo ripartiti avrei dovuto capirlo che era ubriaco marcio.
se non altro dal fatto che subito dopo l'annuncio ufficiale è corso in bagno a vomitare per una buona mezz'ora prima di riprendere a bere il suo jager-bomb.
mi dice che la macchina è pronta e che ormai è tempo per noi di tornare.
e in omaggio alla mia laurea in lettere me lo dice citando foscolo.
non un buon auspicio penso io, anche perchè il sonetto in questione è dedicato al fratello giovanni.
morto.
ma comunque. in fretta e furia riempio valigie, zaini e zainetti con abiti e ricordi acumulati in sei mesi di vita danese, sicuro che il giorno dopo di buon'ora saremmo ripartiti direzione sud sud est.
invece avrei dovuto sospettare che prima di poggiare il culo sul sedile di quella uno turbo dell'83 sarebbe passato qualche giorno.
anche perchè nel mio studentato si preannunciava un periodo di feste e beccanali che neanche per la morte di un imperatore nell'antica roma.
così una settimana dopo eravamo ancora nella marcia danimarca a prorogare la partenza.
i sacchi sottovuoto di mia madre erano ormai un lontano ricordo, e le valigie rischiavano di esplodere in ogni momento.
credo che qualcuno poi, da qualche parte nel mondo, abbia studiato un algoritmo per capire come mai le valigie sono sempre più cariche al momento del ritorno.
i maglioni erano come raddoppiati e le magliette si erano riprodotte per meiosi.
così dopo le celebrazioni ed i culti misterici atti a dirci addio, finalmente decidiamo il giorno preciso.
tutto è pronto e dopo ben tre abbondanti ore di sonno sono bello che sveglio, rasato e lavato pronto per l'ultimo caffè in terra di danimarca.
da prendere naturalmente in camera sua, dove campeggiava fiera, la macchinetta da bar professionale, conosciuta in tutto lo sudentato e vanto personale dell'amico filosofo che, dice lui, senza un espresso come si deve non si riesce a pensare.
peccato che una volta entrato nella sua camera lo trovi avvinghiato alla bella francesina che per l'occasione aveva deciso di dirgli addio praticando tutto il kamasutra in una volta sola.
così il caffè è stato ritardato di una paio d'ore e la partenza, che doveva avvenire alle luci dell'alba, è spostata al primo pomeriggio.
ma non c'è problema, mi dice lui mentre carichiamo la macchina, tanto la prima sosta è qui vicino.
il programma stilato in precedenza infatti, e approvato dal consiglio di sicurezza dell'onu, dall'aci e dal coro della parrocchia di mia mamma, prevedeva come prima tappa la città di Bremen, nell'omonimo stato a nord-ovest della germania. secondo porto tedesco, sede di industrie automobilistiche elettroniche, acciaierie e cantieri navali. gemellata con danzica in polonia, smirne in turchia e yokohama in giappone. 584 km da copenhagen da percorrere, secondo la stima di viamichelin, in 5 ore e 27 minuti.
un pelo ottimistico, ma vabbè.
eravamo poi riusciti a procurarci anche un pavimento su cui dormire, perchè l'amico filosofo, ben cinque anni fa, in quella città ci aveva fatto l'erasmus.
così carichiamo tutto quello che riusciamo e regaliamo tutto quello che invece non ci sta.
abbracciamo tutti quelli venuti a dirci addio, facciamo scaldare il motore quanto basta perchè il rombo del vecchio 4 cilindri si faccia sentire fino in svezia ed un colpo prolungato di clacson segna il nostro addio alla terra di amleto.
tanto prolungato che ci abbiamo perso mezz'ora per disincastrarlo.
ma si parte, finalmente, con una lacrima sul viso e molte più cose nel cuore.
ma non ce le diciamo , che fa tanto brokeback mountain, anche se lo sappiamo come ci sentiamo.
la strada scorre veloce e senza problemi. il sole ci mette poco a sparire. e la stella polare ce la lasciamo alle spalle come a convincerci della nostra voglia di sud.
ma lui è lì che guarda sempre nello specchietto, mentre io spulcio le foto nel pc ridendo da solo come un idiota.
il confine neanche lo sentiamo, se non per un cambio impercettibile di lettere sui cartelli autostradali.
le grandi strade di notte sono qualcosa di stranamente vago, come le luci di natale sui balconi viste da lontano. così, sfuocate e ipnotizzanti.
dormo, mangio, fumo mille sigarette.
neanche mi accorgo che siamo arrivati a destinazione.
bremen, nord-ovest della germania. 584 km da copenaghen in poco più di 7 ore. maledetta viamichelin.
arrivare allo studentato che ci deve ospitare non è semplice, anche perchè la memoria del nostro non è delle migliori.
ma non c'è da stupirsi.
la macchina arranca, sbuffa ed emette strani suoni che capiamo provenire dalla ruota anteriore sinistra.
puzza di bruciato e, a toccarla, mille gradi centigradi forse. ci buttiamo sopra un pò d'acqua fresca ed un fumo grigio e denso si alza per tutto il parcheggio.
ci guardiamo preoccupati, io ed il mio amico filosofo, pronti a rispolverare le conoscenze catechistiche in una cascata di bestemmie.
ma siamo troppo stanchi ed un morbido pavimento di ciliegio ci attende quattro piani più sù.

ci penseremo domani.
postato da: daniquindici alle ore 20:20 | link | commenti (4)
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mercoledì, 12 marzo 2008

erase and rewind

...questo è il male che mi porto da trent'anni addosso fermo non so stare in nessun posto...

mi sono perso.
mi sono perso in mezzo a strade che mi hanno rapito con vetrine e architetture tutte nuove.
mi sono perso in mezzo ad odori di cibi che ho imparato a desiderare mentre affamato cerco qualcosa da mangiare.
mi sono perso in mezzo a suoni gutturali che iniziano ad avere un significato sfuocato.
mi sono perso in mezzo quattro mura che da mesi ormai mi difendono dal vento freddo del nord.
mi sono perso in un futuro che scappa non appena mi ci avvicino.
mi sono perso in mezzo a tutti i cocci delle mie sicurezze.
mi sono perso in colori tenui e freddi.
mi sono perso in morbide e accoglienti sensazioni di pace.

mi sono perso in me stesso.
ma forse, alcune volte, perdere significa soltanto trovare qualcosa di nuovo.
postato da: daniquindici alle ore 22:39 | link | commenti (2)
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giovedì, 10 gennaio 2008

singin' in the rain

come questa città possa colpirmi anche se piove a dirotto io non me lo so spiegare.
e perdonatemi la citazione anzi perdonate lui che si permette di cantare.
ma comunque.
camminare sotto la pioggia con le cuffione che passano buona musica e bagnarsi da capo a piedi incomincia a piacermi.
che lo so che potrei comprarmi benissimo un ombrello ma poi non potrei zompettare tra le pozzanghere. o forse potrei ma facciamo che non potrei.
così giro con un sorriso ebete in faccia per il centro di questa capitale nordica senza che nessuno se ne stupisca o pensi che io sia drogato.
che qua sono tutti contenti per fatti loro quindi uno che sorride senza motivo mica è una cosa strana.
ed io zompo e sorrido.
con le scarpe che fanno ciaff! dentro le pozzanghere.
provo anche a parlare un pò di questa lingua incomprensibile che proprio non vuole entrarmi nella testa.
come dovessi stare qui per sempre.
come se imparando qualche parola riuscissi finalmente a mettere radici da qualche parte.
io qua provo ad allungarle. ci provo davvero.
vediamo se attecchiscono.
ed intanto programmo una discesa nella lande bolognesi per dimostrare ai miei amici che non sono ancora morto nella terra di søren.
leggo e capisco il cacciatore di pavoni che miagolano, poco più sotto, oltre il mare.
uniamo le forse caro mio, aspettando la consacrazione con l'ultimo progetto dell'amico bollo.
la svolta alcolica avrà successo, ne sono sicuro.
medito cambiamenti, e penso a conferme.
non mi capisco da solo e a volte mi faccio paura.
e incontro gente che invece.

jean-luc è un ragazzo nigeriano che abita nel mio studentato.
ha studiato qui e presa la laurea ha continuato a lavorare in università.
dottorati, ricerche, progetti.
è sempre allegro, sorride sempre e si ostina a girare con un paio di sandali anche quando fuori siamo a -10 gradi.
sono più di cinque anni che non torna a casa.
ed ora in università gli hanno offerto un contratto definitivo.
è contento e, mentre beviamo un tè bollente, mi racconta che una cifrà così, nel suo villaggio non saprebbe neanche come spiegarla. non riuscirebbe a tradurla.
troppi soldi.
poi, mentre con il cucchiano gioca con lo zucchero rimasto nel bicchere, si fa serio come non l'avevo mai visto, e mi dice che non sa cosa fare.
il contratto è un'occasione d'oro e lui ci ha sperato durante tutti i suoi studi.
ma gli manca il suo villaggio.
e gli manca non poter vivere con la sua famiglia.
mi dice che tre anni fa è nato suo fratello e che non sa neanche com'è fatto.
ma la cosa che più lo fa star male è che lui possa crescere senza conoscerlo o senza poterci passare del tempo
vorrebbe stare con lui, giocarci insieme, vederlo crescere e insegnarli quello che lui, il più fortunato della famiglia ha potuto studiare fuori.
io stupidamente gli dico che con i soldi che guadagnerà potrà andare e tornare quando vuole, ma è come se non mi sentisse.
o come se non volesse rispondere.
mi lascia dicendomi che ci penserà.

quando l'ho rivisto, l'altro giorno, sotto una nevicata assassina, aveva sempre i soliti sandali.
ma un sorriso diverso da quello solito.

non gli ho chiesto niente.
avevo già capito tutto.

postato da: daniquindici alle ore 15:15 | link | commenti (6)
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domenica, 16 dicembre 2007

run baby run

From the old familiar faces and
Their old familiar ways
To the comfort of the strangers
Slipping out before they say
So long
Baby loves to run



dopotutto io sono uno che ai ricordi ci rimane attaccato.
ma ai ricordi materiali, che quelli nella testa prima o poi si cancellano.
o cambiano diventando come io vorrei che fossero.
ho scatoloni pieni di lettere scritte da ragazze di cui non ricordo la faccia.
ho foto sbiadite e sgualcite di occhi che una volta erano tutto per me.
ho regali distrutti per quanto tempo sono stati nelle mie tasche e che ora invece prendono polvere nel buio di quei cartoni.
anche se odio farmi le foto, guardo quelle poche che ho ogni volta che posso.
e ogni volta che sono a casa apro qui vecchi quaderni, tocco quelle pagine, passo le dita su quelle righe di inchiostro nero.
oppure riascolto quelle cassette registrate dalla radio ricordando ogni emozione legata a quelle canzoni.
poi succede che l'altro giorno, per sbaglio, ho cancellato tutti i messaggi che avevo in memoria nel cellulare.
messaggi anche del mio primo anno a bo. tanto tempo fa.
ed è stato strano, perchè non me n'è importato poi un granchè.
solo una vaffanculo stretto tra i denti.
di essere sbadato lo sapevo.
di essere diventato così invece l'ho scoperto solo ora.
tutti qui allo studentato preparano le valigie per tornare a casa.
alcuni torneranno dopo natale. altri resteranno a casa.
è tempo di dirsi arrivederci o addio.
e certo che ci vediamo. dovete venire da me quest'estate. no no non ci perdiamo stai traquillo.
e nei corridoi stranamente vuoti ci si abbraccia e qualche volta si piange.
mentre io e il mio amico filosofo più freddi che mai non ci preoccupiamo dei saluti.
di persone per strada ne abbiamo perse tante.
di promesse ne abbiamo mancate anche troppe.
io poi cerco di non attaccarmi a niente.
quel poco che avevo puntualmente è volato via come la cenere di questa cigaretta.
e c'è da iniziare a mettere nello zaino due magliette e un paio di jeans prima di tornare a casa.
giusto una settimana, poi si torna su.
a cercare di capire forse, dove sia realmente casa.
non è dai miei, dove camera mia ormai non esiste neanche più.
non è a bologna, che ho capito di aver abbandonato per sempre.
non è qui, dove vivo aspettando un'altra partenza sempre più vicina.
ma mi piace perdermi in mezzo a lingue che non conosco e camminare tra facce che non ho mai visto.
ed è questo, forse, che mi fa andare avanti.
accorgersi che intorno le cose cambiano. molte si fermano, trovando il loro assetto definitivo mantre tu, ancora, continui a girare in senso contrario.
e vedere sparire quelle persone che credevi sarebbero state al tuo fianco tutta la vita.
non sono preoccupato.
non sono spaventato.
e continuo a cantare con la faccia nel sole.
mentre, parlando con l'amico filosofo di come ci sentiamo quando cerchiamo di annegare tutto nell'alcool, scopro di non essere il solo.
e non è poco.
e tu dagli occhi blu, che mi guarderai dopo tanto tempo, mi riconoscerai?
sarai riuscita a catturare l'attimo esatto in cui anche noi, da presente, siamo diventati passato?
oppure l'avrai perso in un battito di ciglia?
ho tutta la vita in due valigie, non mi serve di più.
penso a quando caricheremo di nuovo quella macchina scassata destinazione profondo sud.
e penso che forse, quasi quasi, una valigia è meglio lasciarla qua.
come un cane che piscia per marcare il suo territorio.
e giù a casa sorrisi per tutti, non vi preoccupate.
vi racconterò tutte le cose belle che mi sono successe.
tutti i miei pensieri e le mie emozioni ve le snocciolerò in dieci minuti davanti ad una birra o ad un caffè.
ma sarà impossibile spiegarvi come in realtà tutto sia fottutamente diverso.
come avere due sistemi di misura diversi.
come parlare dialetti differenti.

come cercare di fermarti sapendo che se lo farai potresti non ripartire più.
postato da: daniquindici alle ore 20:54 | link | commenti (5)
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venerdì, 16 novembre 2007

voglio solo dormire un pò

come un viaggio appunto.
negli occhi, sulle mani, nella testa delle persone che incontri.
anche se ti stanno profondamente sul cazzo. anche se sai che saranno tuoi amici a vita.
puntare spilli sulla grande mappa del mondo appesa la muro.
certo che vengo a trovarti.
mi casa es tu casa.
e compiti da fare come non succedeva dai tempi delle elmentari.
cacciare fuori la testa dalla finestra e sentire nelle narici aria di neve.
è lassù, da qualche parte. sta per arrivare.
vedere calare il sole alle tre di pomeriggio e sentire dentro quello strano effetto.
mentre ti accorgi che ormai un pacchetto di sigarette non basta più.
ti chiedi anche tu se tutti gli spagnoli sanno ballare?
musica assordante. bicchiere sempre pieno. due dita che sanno ormai di nicotina.
no non sono morto. voglio solo dormire un pò.
ma dalla grande vetrata il sole entra violento.
almeno di giorno vuole essere guardato.
da quella stessa vetrata la città laggiù incomincia a svegliarsi.
macchine, volti, storie che continuo ad immaginare.
la signorina dalla coda di pesce è sempre lì, che guarda lontano.
non si cura dei giapponesi che ogni giorno la importunano con foto oscene e imbarazzanti.
lei guarda dall'altra parte.
fotografatela pure se vi va.
ma non provate a domandarle niente, tanto lei non risponderà.
aspetto la prima luce del giorno prima di chiudere gli occhi. con in bocca il sapore di quel caffè che dopo un pò impari a bere.
tre di zucchero che stamattina è più dura del solito.
il freddo delle strade.
il calore della gente.
le foto che vorresti fare, la musica che vorresti sentire.
il tuo mondo che è lontano.
e non sapere più qual'è il tuo e iniziare a chiedersi se davvero ne hai uno tutto per te.
e sentirsi il puntino sotto l'interrogativo.
più lontano?
tornare indietro?
stare fermi, magari un giro o due e sperare poi di ritirare le ventimila dal via?
altro giro altra corsa.
testa allo schienale, che si parte.
luci di natale, cappelli di lana, fumo dalla bocca.
affogare in un panino burro e marmellata e sciacquarsi la bocca con un caffè che sa di casa.
rivedersi in foto che non ricordavi.
fissarsi su quel sorriso e chiedersi perchè eri così contento.
ritrovarsi a parlare tre lingue diverse nella stessa stanza.
mentre tu vorresti un divano enorme, e tante tazze di thè.
trovarsi in una città diversa per tre giorni.
prendere quattro aerei come fossero autobus, non riusciendo a fumare neanche una sigaretta tra uno e l'altro. chiedersi quanto lontano si possa andare prima di essere di nuovo più vicini a casa.
chiedersi in che modo il destino scelga le persone che entreranno nella tua vita.
sono curioso e vorrei andare direttamente a vedere il finale.
scaricare un copia pirata della mia vita da internet e guardarla anche se ha l'audio in disincrono.
magari in russo, con i sottotitoli in polacco, non importa.
voglio capire il perchè, voglio conoscere la trama, voglio scoprire chi, alla fine del film, se ne andrà facendo finta di zoppicare dopo avermi raccontato un sacco di bugie.
tante cose e poco tempo.
troppo tempo e niente da fare.
sentirsi come un pesce rosso nella sua palla di vetro.
hai come la sensazione che non sia tutto lì.
con le tue scarpe troppo fredde per l'inverno.
con le tue mani troppo rosse senza guanti di lana.
sentire il tuo nome con almeno cinque accenti diversi.
rispondere sempre con un sorriso.
hey si sono io. almeno credo.
sentirti a casa dove casa non è.
riconoscere i rumori, gli odori, i colori di posti che solo ora imparano a fidarsi di te.
e orologi che girano al contrario. mentre gli occhi stanchi, cadendo non fanno rumore.

non sono morto, voglio solo dormire un pò.
postato da: daniquindici alle ore 07:07 | link | commenti (9)
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domenica, 23 settembre 2007

on the road




perchè "le persone non fanno i viaggi, ma sono i viaggi che fanno le persone".
postato da: daniquindici alle ore 16:36 | link | commenti (12)
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lunedì, 17 settembre 2007

odi barbare

in questi giorni mi sento come un imbuto.
tutto quello che mi capita viene raccolto in cima. come acqua piovana, come pomodori per fare la salsa.
ma quando poi arriva in basso, dove lo spazio di restringe, rimane come bloccato.
non riesce ad amalgamarsi e ad andare giù.
troppe cose, tutte insieme.
come un natale davvero fortunato. come una telefonata inaspettata che ti fa piangere di gioia.

nella città della signorina dalla coda di pesce il tempo incomincia a farsi cattivo. tira un vento assassino che ti trascina via ed io che non sono poi così pesante, la mattina mi devo zavorrare lo zaino con pietre e massi per non volare via.
il tutto con i giovani figli di mengele che ancora continuano imperterriti a portare magliette a maniche corte, mentre io invece giro per i corridoi dell'università con il mio eskimo imbottito di pecora.
e penso che probabilmente a dicembre avrò bisogno di un bue e di un asinello modello gesù nella mangiatoia.
loro comunque sembrano non farci tanto caso al freddo polare che ogni tanto fa sì che dal cielo cadano ettolitri di pioggia in pochi secondi, ma anzi si dicono molto contenti del fatto che ancora il sole si faccia vedere da queste parti.
io ci ho messo un pò, ma quando alla fine ho capito che per sole loro intendevano quella macchiolina gialla sbiaidita nel cielo, volevo suicidarmi mangiando alla mensa dell'università.
ma l'idea di una lunga agonia mi ha fatto desistere.
così continuo a mangiare panini dai nomi impronunciabili e dal contenuto sconosciuto ed estraneo alla tabella periodica degli elementi.
ma comunque tutto va bene.
alla fine la signora maria, spauracchio di tutti gli studenti stranieri e depositaria unica del potere decisionale di asilo, si impietosita di me e ha deciso che tre giorni e tre notti in ginocchio sui ceci erano sufficienti per concedermi il diritto di avere una stanza.
così eccomi qua, a scrivere davanti ad una finestra enorme e senza tende.
un letto, un bagno stranamente accogliente e gigante, una scrivania. il tutto ad un prezzo che in italia basterebbe a comprare un condominio intero, nel centro di bologna. vista punkabbestia.
ma non mi lamento, che io una finestra così grande in vita mia non ce l'ho mai avuta. credo sia il loro metodo anti-depressivo mettere al posto di un'intera parete un blocco di vetro. ti fa sentire libero, aperto verso il mondo. ma soprattutto fa entrare tutta la luce possibile. che qui leggenda vuole che l'inverno alle tre di pomeriggio sia buio pesto.
provate ora a dire che il buon vecchio kierkegaard from copenhagen è un filosofo depresso.
che ci credo io che fosse sempre di malumore.
mentre gli indigeni biondi, incredibilmente, sorridono sempre.
anche quando pedalano ansimando sotto la pioggia, nelle strade trafficate della capitale, se incroci il loro sguardo da dentro la tua macchina, loro ti sorridono.
che io al posto loro altro che serenità. probabilmente declamerei tutto il calendario perpetuo dei santi stile l'almanacco del giorno dopo, in terzine dantesche ovviamente, il tutto mentre brucio la macchina dopo averla rigata manco fossi lucio fontana.
loro invece sempre contenti. e soprattutto sempre ubriachi.
che probabilmente le due cose sono collegate.
così in questo primo mese danese, volendo conoscere a fondo la cultura del paese che mi ospita, mi sono procurato una serie di cirrosi epatiche da guinness dei primati.
ho bevuto nelle peggiori bettole con la gente peggiore.
ho frequentato tutte le categorie sociali, dai reali di danimarca agli scaricatori di porto.
ho parlato per ore un inglese inesistente e gesticolato manco fossi un mimo.
ma finalmente ho capito.
ho capito perchè sulla faccia di un danese il sorriso non manca mai: le tasse.
loro non pagano l'università, lo stato paga i loro studi.
così mi ritrovo come professori all'università giovani biondi geneticamente modificati più piccoli di me che tengono lezioni interessanti e avvincenti e per di più in un inglese da paura.
tutti laureati, tutti con decine di pubblicazioni, tutti di ruolo. sanno cos'è un mac, vengono in aula con le converse, ti chiamano per nome, sanno cos'è una mail e se scrivi loro ti rispondono anche. i libri sono tutti su internet, consultabili e scaricabili, non parlano per più di un'ora consecutiva e durante la pausa fumano una sigaretta con te.
ed io, abituato ai baroni dell'alma mater, ripenso al mio esame di storia greca, passato solo alla sesta volta. due bocciature perchè con meno di 26 non si poteva passare, le altre tre perchè "così lei non può parlare del grande alessandro magno". già.
loro non pagano la casa, lo stato agevola al massimo i loro mutui.
così per i 18 anni è uso e costume che i genitori regalino alla figlia una bella casetta a copenhagen di modo che possa abitare da sola durante la sua vita universitaria. niente di eccezionale, due stanze cucina bagno giardino.
proprio come da noi, dove il mio amico P. si è arredato lo scantinato sotto casa. dodici metri quadrati senza neanche una finestra. dice che finalmente abita da solo e che ora ha la sua indipendenza. lui che per pisciare deve farsi quattro piani a piedi e suonare dai suoi.
loro non pagano per i figli, lo stato aiuta le giovani coppie con assegni mensili. in pratica l'80% delle spese per il bambino sono a carico del comune.
se passate da queste parti non stupitevi di vedere giovani coppie in giro in giro per bar e caffè con passeggini al seguito. o non meravigliatevi se durante la lezione di storia contemporanea la vostra compagna di corso allatta al seno il suo secondo figlio.
così come il mio amico filosofo che parlando con una bionda bellezza locale al bancone del bar, mentre citava heiddeger per conquistarla, un sabato alcolico di festa, si è visto arrivare sopra un piccolo nanetto biondo e colorato rivelatosi poi il figlio della ragazza con cui ci stava provando. è stato attaccato alla sua gamba quaranta minuti circa finchè la cancrena non lo ha costretto ad abbandonare il suo sogno erotico di tutta una vita.
quando poi mi padre ha scoperto che con 60 anni di età e 25 di contributi qui ti puoi pensionare tranquillamente, è stato nervoso tre giorni interi. lui che non riesce a pensionarsi perchè ogni anno aumentano le soglie minime.
comunque i biondi eugenetici nel weekend raggiungono soglie di ubriacature pari soltanto a quelle dell'october fest.
ed io mi ritrovo a parlare con gente meravigliosa di cose che il giorno dopo a stento ricordo.
o a giocare a biliardino scommettendo birra ad ogni partita. perchè qui, incredibile ma vero, sono fissati con il calcio balilla. si trovano ovunque, in ogni locale e gli adoratori del dio odino ci giocano continuamente emettendo urla terribili ad ogni gol subito o ad ogni passaggio sbagliato.
ed lì, su quel campo sintetico di plastica, che si protrae l'infinita sfida tra nord e sud. ne va del nostro orgoglio di popoli latini, ed ogni volta che combatto una battaglia con quegli omini rossi o blu che non smettono un attimo di girare, combatto per tutti quei ragazzi che dalle mie parti, bevendo una dreher dopo l'altra, perdono giornate intere a bestemmiare il dio del calcetto.


ma stiano attenti i puristi del balilla, che qui, come tutto il resto, anche le regole sono diverse. non si può segnare dal centrocampo, ed i passaggetti (dio li perdoni) sono ammessi.

barbari erano e barbari rimangono.
postato da: daniquindici alle ore 18:59 | link | commenti (5)
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martedì, 28 agosto 2007

under vacuum

trholl è un enorme ragazzone danese.
l'ho incontrato in una casa occupata dove siamo andati a mangiare un piatto di pasta con sugo vegetale.
ci ha portato la ragazza eugenetica che in questi gironi ci ha fatto da balia. bionda e con gli occhi azzurri come tutto il resto della popolazione danese.
quando siamo arrivati, dei fuochi bruciavano tra il parco di fronte ed il cimitero di biciclette proprio davanti all'entrata. centinaia di scheletri monchi di ruote e sellini.
è stato lui a darci il benvenuto e a passarci due piatti stracolmi di fusili in una salsa amaranto.
mentre io, preso dal panico, già gli consegnavo soldi e cellulare senza che lui dicesse una parola.
se avesse voluto anche il resto delle mie cose, sarei andato di corsa in macchina a prenderle.
invece mi ha sparato in faccia un sorriso che non vedevo da tempo e si è messo a parlare con noi nel suo inglese perfetto, stando ad ascoltare tutti i miei congiuntivi inesistenti.
gli ho raccontato le nostre disavventure durante il viaggio, con la macchina ferma nel bel mezzo di alexanderplatz. e di quel meccanico tedesco a cui sono avanzati due pezzi, che ancora conserviamo come reliquie dentro lo zaino.
possono sempre servire, non si sa mai.
poi, quando siamo andati a fumare una sigaretta mi ha lanciato le sue chiavi.
"tanto io posso stare dalla mia ragazza" ha detto. e se n'è andato sorridendo.
quando l'ho rivisto per ringraziarlo gli ho regalato un paio di bottiglie di vino italiano comprate al discount dietro l'angolo. mi ha detto che le avremmo bevute insieme, un giorno o l'altro, mentre mi chiedeva di accompagnarlo fuori per dargli una mano.
così ho scoperto che in realtà il cimitero delle bici altro non è che un'officina autogestita dove pezzi di vecchie bici vengono riutilizzati per farne delle nuove o per aggiustare la propria. gratuitamente.
e che i fuochi nel parco altro non sono che le erbacce che i ragazzi bruciano dopo averle strappate per sistemare il giardino.
vogliono piantare delle rose ora, di tutti i colori possibili.
così ancora una volta mi accorgo di essere prevenuto.
e ancora una volta mi rendo conto di essere poi sempre più spesso smentito.
come per questa città, che è il punto più a nord in cui io sia mai stato, ma che di nordico in effetti non ha quasi niente. se non il vento freddo che ti brucia le orecchie.
che a girare per le strade sembra quasi di essere affacciati sul mediterraneo per gli odori che l'aria spinge nelle tue narici.
se sfuggi alla fiumara di turisti delle stradine del centro, e ti alzi sui pedali a superare di scatto tutto il ponte, così, senza respirare quasi, in una gara solo contro te stesso e imbocchi quella lunga via dal nome impronunciabile e dalla O sbarrata che solo qui, arrivi poi in un quartiere non tanto grande, tagliato in due da quella che qua chiamano la "via dei kebab".
è qui che il nord diventa sud, in un gioco di lingue e di rumori che sa tanto di casa. ovunque tu sia. perchè ovunque tu sia sei sempre straniero.


la ragazza eugenetica ora è in italia a imparare la lingua di dante, mentre noi abbiamo preso il suo posto in casa con la sua coinquilina eugentica anche lei e vegetariana. abbiamo comprato del pollo che teniamo ben nascosto tra chili di peperoni perchè lei non lo sa, ma il peperone è la morte sua. del pollo dico. il tutto mentre la ricerca di una casa continua senza sosta. vediamo case e stanze e persone senza che nessuno ci dia la possibilità di stanziarci per qualche mese. e senza che nessuno mi permetta di aprire finalmente i sacchi sotto vuoto in cui mia mamma è riuscita a infilare un armadio intero. quelle che mi porto dietro non sono valigie, ma armi di distruzione di massa che ho paura possano esplodere da un momento all'altro. se dovessero farlo 23 atmosfere concentrate di mutande calzettoni di lana sciarpe e maglioni si propagherebbero con una violenza inaudita distruggendo qualsiasi cosa nel raggio di migliaia di chilometri.




se una mattina svegliandovi doveste trovare un calzino doppio strato lana merinos nel vostro giardino, bhe iniziate a preoccuparvi per me.
postato da: daniquindici alle ore 01:02 | link | commenti (9)
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